Chapter Text
Era finito tutto.
Arthur si lasciò cadere sulla sedia, facendo una smorfia quando il suo corpo si lamentò, fissando pergamene e le candele spente, toccandosi il fianco.
Le sue stanze sembravano diverse; il silenzio era diverso—in qualche modo. Aveva pensato di non sopravvivere. Di morire tra le braccia di Merlin. Merlin, che aveva magia. Merlin, che nelle ultime quarantotto ore aveva visto per davvero. Dieci anni. Dieci anni, in confronto a due giorni. Arthur sfiorò il tavolo, il legno, sentendolo liscio contro i palmi.
Per dieci anni lo aveva protetto. Gli aveva nascosto la verità. In quelle poche ore, aveva scoperto che la devozione terrificante di Merlin era ben oltre quella che aveva imparato a conoscere.
Arthur pensò a tocchi leggeri sulle guance. Al desiderio che non cambiasse mai; allo sguardo che aveva ricevuto nel dirglielo.
Voleva sapere tutto. Fu quando lo pensò, che Merlin entrò senza bussare spalancando la porta, un vassoio di cibo in mano e un altro che da solo volava davanti a lui assieme a brocche e due calici, come aveva richiesto poco fa.
《Accendi il camino e candele,》 ordinò, così da dissipare del tutto l'idea che quella Camelot di quel momento era la solita. Anche con l'evidenza di poco fa. Anche col sapere. Che forse, aveva sognato tutto da che era andato a Camnlann.
Lo vide poggiare il vassoio sul tavolo in silenzio, e avvicinarsi al camino, mettendo la legna, cercando di accenderlo.
Arthur quasi rise. "Abitudine", aveva detto.
《Merlin. Con la magia.》
Merlin lo guardò; sebbene nell'oscurità, Arthur sapeva era arrossito. Un istante dopo, la stanza si illuminò, il camino e le candele accesi.
Arthur si sentì più calmo.
《Ti fa ancora strano?》 domandò, impossibilmente curioso.
Merlin gli lanciò un'occhiata che faceva trapelare tutto e niente. 《A voi no?》
Arthur scosse il capo. Indicò la sedia vicino.
《Siediti,》 gli disse. E subito dopo: 《sono serio.》
Merlin prese posto, sospirando, toccandosi il collo rosso.
Arthur bevve un lungo sorso di vino.
《Raccontami. Tutto. Non tralasciare niente.》
Così Merlin iniziò a parlare.
~
Quando la luce del mattino li illuminò, erano entrambi devastati dalla stanchezza; i vassoi e calici erano vuoti; la voce di Merlin roca da tutto il parlare. Dieci anni raccontati da un altro punto di vista. Dieci anni in cui era stato così stupido. No; venti anni. Vent'anni di odio. Il regno che perseguitava il potere che lo proteggeva. Che lo aveva protetto ogni giorno incessantemente.
Mai più, pensò.
《Merlin,》 disse. 《Grazie. Quando legalizzerò la magia, diventerai stregone di corte. Non sarai più solamente un servitore,》 promise.
Era palese Merlin fosse stanco. Lo erano entrambi. Perché l'idiota si irrigidì, e lo fulminò con un'occhiata, che Arthur riuscì a vedere dalle candele che bruciavano ancora come se fossero state appena accese; come il camino. Aggrottò la fronte.
《Mi state licenziando?》Merlin spalancò la bocca. 《Dopo tutto quello che ho fatto per voi?》
Arthur sbatté le palpebre. 《Cosa? Merlin... appunto. Proprio per tutto quello che hai fatto per me. Per il mio regno. Il tuo regno.》
Merlin si alzò bruscamente, le mani sul tavolo. Si guardò attorno. Prese a camminare. 《E chi vi sveglierà, porterà la colazione, vestirvi, svestirvi, pulire la vostra armatura, affilare le vostre spade, prepararvi il bagno, controllare e sistemare i vostri ridicoli discorsi, prepararvi per gli allenamenti—》
Arthur non credeva alle sue orecchie, la mascella a terra. 《Um. George? È un ottimo servitore,》 ammise, perché lo era anche se noioso. 《Al contrario tuo》, aggiunse sorridendo.
《George?》 Merlin urlò. 《Volete George?! Come servitore?》
Arthur si accigliò puntandogli un dito contro. 《Siediti.》 Merlin lo fece, tutto uno sbuffo e schiocchi di lingua. 《Merlin. Idiota. Hai capito quello che ti ho detto?》
《Sì,》 si lamentò seccato. 《Volete licenziarmi.》
Arthur si passò le mani sul viso. Sospirò.
《Ti è entrato nel cervello vuoto che ti ho appena detto che la magia tornerà a Camelot, la legalizzerò, così sarai libero di praticarla in pace, e che ti voglio come stregone di corte ufficiale? Mh?》
Vide deliziato il momento in cui Merlin lo ascoltò. Dove le sue parole misero radici sbocciando. Smise di sbuffare, le labbra che lente si schiudevano, gli occhi coperti da un velo umido. Arthur cadde, nel suo sguardo di lealtà, adorazione, destabilizzazione, di meraviglia; come se fosse stato Arthur, a fare un miracolo, e non viceversa; si sentì così indegno.
Lo guardò. Guardandolo a sua volta.
《Legalizzerete la magia?》 La sua voce era talmente bassa che Arthur quasi non la sentì.
"Lo faccio... per via di chi siete. Senza di voi Camelot non è nulla."
Profondo, potente affetto gli riempì il torace, i polmoni, mozzandogli il respiro.
《Certo che la legalizzerò. Certo, Merlin. È... è il minimo che posso fare per te. Per le persone come te. Per la gente massacrate ingiustamente in tutti questi anni. Camelot non sarà più come lo è stata ieri notte. Questa è una promessa. Certo che legalizzerò la magia. Certo che sarai tu il mio stregone di corte》 combattè anche lui la commozione, un nodo alla gola.
Guardò quell'uomo assurdo. Le sue lacrime. Così tante lacrime. Nato con la magia, una cosa mai sentita prima. Prima di lui. Si sentì così piccolo nella sua devozione. Lo lasciò piangere.
《Vai e riposa, ora. Come promesso》 sorrise 《hai due giorni liberi.》
~
Non riusciva a non pensarci. Nell'abbraccio della notte, in quel lago di parole sentite giorni fa. Vi era qualcosa, in lui, che ruggiva e fremeva, che correva e sbatteva contro muscoli e organi e pelle. Qualcosa che voleva, che implorava, che chiamava.
Come quando aveva chiesto a Merlin di parlargli informalmente dopo avergli raccontato tutta la verità. Come quando aveva capito realmente quanto avesse fatto per lui.
C'era qualcosa, che cantava, sotto pelle, dentro l'anima.
"È stato Kilgarrah a dirmi che era il mio destino riportare la magia a Camelot. Di farti diventare il re; il re del passato e del futuro. Mi ha detto che siamo due lati della stessa medaglia. Quando sono entrato al tuo servizio sono corso da lui, dicendogli che non era possibile... che evidentemente eri l'Arthur sbagliato. Che eri un idiota. Che mi odiavi. Mi ha detto, come può una metà odiare ciò che la rende intera? Così, sono diventato il tuo servitore, accettando che tu fossi un totale Asino."
"Ho commesso così tanti errori. Morgana, Mordred... così tanti errori. Forse, se avessi fatto la cosa giusta, non saresti stato ferito... non avresti temuto di morire. In questo ho fallito."
"... mi ha detto che il mio futuro e quello di Morgana era unito. Che lei era l'oscurità della mia luce e l'odio del mio amore..."
"La cosa è che, anche se non avessi creduto nel fato, nel tuo destino o nel mio... penso ti avrei protetto comunque. Penso che, anche senza profezia, ti avrei riconosciuto come mio re. Perché sei Arthur. Come ti ho detto, Camelot senza di te è niente. Non ci sarà più nessuno come te."
"... Aithusa così è nata... con un significato ben preciso. Io... non sono affatto un signore dei draghi degno di tale nomina. Con lei... ho permesso le accadesse... che Sarrum... non mi perdonerò mai. Il suo nome significa luce del sole e io ho tradito quella luce, permettendo che l'oscurità la divorasse. Ora tutto ciò che voglio è... è far sì che lei mi perdoni. Devo trovarla. Lei... non mi risponde. È stata Morgana a darle ciò che avrei dovuto darle. Di questo, solo questo, le sarò sempre grato."
"Sono felice di essere il tuo servitore, fino al giorno in cui morirò. Vale oggi tanto quanto te lo dissi per la prima volta."
"Ho capito che non si può sfuggire al proprio destino. Ma ho dovuto impedire la tua morte. Non potevo perderti. Non potevo lasciarti morire. Con tutti i miei sbagli... non potevo permetterlo. A qualunque costo."
"... è come ti ho detto... uso magia per te. La mia magia è tua Arthur. Io... sono tuo."
~
La gente avrebbe accettato, col tempo. Lo avrebbe fatto. Avrebbero capito, assimilato, visto. La sala del trono era illuminata di luce. Il popolo avrà tempo, per comprendere i meriti, il perché.
Ma Arthur lo sapeva, ora— tutti i sacrifici, i meriti, la leatà; così mise al collo di Merlin un medaglione dorato che aveva fatto fare appositamente per oggi, per lui, con lo stemma Pendragon e uno smeriglio sopra il drago.
Con onore ed orgoglio poggiò delicatamente la lama di Excalibur su quella spalla; su quelle spalle che avevano sorretto e sorreggeranno il suo regno, la sua corona.
Gaius e Guinevere, fra tutti, erano le persone che piangevano di più.
Arthur sorrise al suo stregone di corte, inginocchiato davanti a lui, paonazzo.
Era certo che quella luce — proveniva da lui. Lo sapeva.
~
Leon si schiarì la gola. La tavola rotonda era viva, pulsante di opinioni, animata di voci una sopra l'altra. Pergamene erano sparse dovunque, calici e brocche, piume, libri antichi di magia ed inchiostro.
Due voci sopra tutte presero a urlare sulle urla. Leon strinse i suoi rapporti tra le dita, sospirando.
《Mio re, mio... um... Merlin,》 disse, pregando di avere attenzione. Dopo la guerra avevano troppe cose di cui occuparsi, e troppo poco tempo, specialmente considerato—
《—per l'ennesima volta, se osate chiamare George per la cena di stasera, vi trasformerò in un rospo con orecchie di asino—》
《—Voglio vederti provare—》
《—lo sapete che posso farlo, non siate—》
《—George si occuperà della mia cena, così avrai tempo per—》
《—oh, no, assolutamente no—》
《—ti sto solo dando dei giorni liberi per andare a Ealdor, Merlin, razza di buffone—così stasera potrai prepararti e riposare, dannazione sto cercando di essere gentile—》
《—voi gentile, certo, come no—allora venite con me e non complicatemi la vita più di quanto non lo facciate già—》
Gwaine rideva talmente tanto da avere lacrime che gli rigavano il viso. Percival gli diede una gomitata nello stomaco facendolo boccheggiare. Gaius si sfiorava le tempie stancamente. Guinevere si mordeva le labbra per non ridere.
Leon era così stanco. Davvero, avevano bisogno di muoversi, di leggere e programmare e controllare...
《Possiamo passare oltre... questo... Sire... e dedicarci a ristabilire almeno i conti del regno considerato che dopo la guerra—》
Due paia di occhi lo trafissero. Due paia di dita puntate verso di lui.
《Leon,》 dissero contemporaneamente.
《Bene. Io—bene. Bene.》 Sbottò, per una volta chiaramente seccato, sbattendo le numerose pergamene sulla tavola, nella risata isterica di Gwaine.
《—partiremo domani, alle prime luci dell'alba—》
《—Io sono il re, Merlin. Io do gli ordini e decido. Partiremo domani alle prime luci dell'alba—》
《—e io cosa ho appena detto?!》
《—oh stai zitto per l'amor del cielo.sei impossibile e—》
《—Io impossibile?! Io?!》
Il giorno dopo, partirono assieme per Ealdor.
~
Arthur guardò Hunith scomparire nell'abbraccio di Merlin. Sentì la sua risata quando venne alzata da terra. Sorrise. Guardò Merlin offrirle una rosa apparsa tra le dita, chinando il capo. Hunith gli diede una leggera sberla sul braccio, accettandola, sorridendo felice.
Poi, lo guardò. Arthur si sentì assurdamente nervoso, per qualche ragione, vacillando, non sapendo come salutarla propriamente. La vide correre verso di lui. E venne stretto in un abbraccio forte tale da mozzargli il fiato.
Una donna così minuta, così forte—che aveva fatto nascere lo stregone più potente che mai camminerà sulla terra. Che mozzava il respiro al combattente più forte di tutti i cinque regni.
《Sire,》 disse lei, piangendo.
《Arthur. Hunith, per favore, chiamami Arthur.》 Rispose, impacciato, lanciando un'occhiata a Merlin, che ammiccò, muovendo le braccia, come a dirgli di ricambiare l'abbraccio. Così fece sentendo le guance bollenti.
《Grazie, Arthur. Ho sempre avuto fiducia... ho sempre capito quanto... ma quasi non ci credevo quando mi è arrivata la lettera... stregone di corte... il mio bambino!》 le sue lacrime, pure, erano fiere come lei. 《Grazie. Per non farlo più vivere nascondendosi. Per averlo accettato. Per aver capito.》
《Hunith, sono io che devo ringraziare. Che devo ringraziarlo. Per tutto quello che ha fatto per me ed il mio regno. Non sarei qui se non fosse per lui.》
Hunith si asciugò le lacrime, alzando il viso per guardarlo. Si sorrisero.
《Oh! Aspettate di sentire cosa faceva nella culla!》
《Madre!》
《Non vedo l'ora,》 rispose Arthur. Era la verità.
Così, videro i paesani di Ealdor salutarli felici, dando loro spighe di grano e fiori, canzoni. Era poco, ma era prezioso e sincero. Merlin vibrava di magia, rosso in faccia. Alcuni bambini saltavano e gli chiesero di far vedere loro della magia. Arthur roteò gli occhi al cielo quando Merlin gli scoccò un'occhiata, ed esitò, guardando poi le persone con cui era cresciuto. Gli mise il braccio sulle spalle scuotendolo.
《Avanti, Merlin,》 strascicò indicando i bimbi col mento. 《Non essere pigro.》
Merlin sfuggì dal suo braccio, spintonandolo. Arthur sorrise selvaggiamente vedendo le persone spalancare la bocca.
《O forse hai perso i tuoi poteri, Merlin?》 scherzò, cercando di farlo innervosire.
Ovviamente funzionò.
《Come se potessi perderli, razza di asino! Datemi un momento!》 Sbottò Merlin, fulminandolo con lo sguardo.
《Merlin!》 Ringhiò Hunith, facendo poi un verso, coprendosi il viso con le mani.
Guardarono assieme la magia prendere vita. Una cascata di draghi e cavalieri a cavallo fatti di luce; un enorme drago di nuvole che volò in alto, davanti al sole, coprendolo e svanendo; raggi diventarono bestie magiche impennate; fiori di ogni colore che cadevano sulle teste dei bambini a bocca aperta.
Arthur si sentì così orgoglioso che gli occhi gli pizzicarono.
Così, passarono quei giorni tra magia, lavoro e giornate spensierate; tra le risate.
Arthur si chiese più volte come fosse stato possibile che aveva temuto tutto quello. Tutta quella bellezza. Non si abituò facilmente ai tocchi casuali di Hunith. Alla sua voce chiamarlo figliolo. Ai baci sulla fronte quando gli ordinava di abbassarsi per lei. Al suo, "sono orgogliosa di voi". Una mattina, Merlin stava visitando un anziano del villaggio, con una gamba malata. Lui e Hunith sedevano per terra, vicino la l'umile casa. Arthur guardò Ealdor con affetto. Il vento gli spostò i capelli. Hunith glieli sistemò, facendolo avvampare. Poi, la sua piccola e callosa mano si infilò nella sua con decisione. Arthur sorrise. Erano così simili, lei e Merlin. Un'altra persona probabilmente avrebbe esitato nel toccare il re di Camelot così liberamente; ogni re, in verità.
Strinse a sua volta.
Hunith gli raccontò di quando era ragazza. Di Balinor, del loro fugace, intenso, orgoglioso amore. Di quando scoprì di essere incinta. Di quando partorì sulla paglia, terrorizzata, le donne di Ealdor al suo fianco. Di come si era sentita e cosa aveva provato quando lo aveva visto e sentito piangere per la prima volta. Della prima volta in cui lo aveva visto usare la magia.
《Era questo neonato così carino,》 sospirò lei, sorridendo, gli occhi luminosi. 《Così buono. Sorrideva a tutti. Aveva davvero pochi giorni, ma... era così buono. Rideva così tanto! Per gli Dei. Così carino. Un giorno, lo stavo cambiando e i suoi occhi si sono illuminati e... mi si è ghiacciato il sangue nelle vene,》 ammise. Arthur le strinse la mano, ancora. 《Ma... ma poi un fiore... apparso vicino a lui. Un fiore, Arthur. Che poi mi è finito nelle mani, e lui mi fissava ridendo... coi suoi occhi dorati... ho saputo allora che era un bambino molto più speciale di quanto già non lo fosse.》
Oh. Pensò Arthur. Un fiore.
《Quando è cresciuto, gli ricordavo sempre di nascondere il suo dono, perché avevo paura. Così paura. Qui, la gente... non lo capiva. Eccetto Will. Avevo timore, troppo... pensavo non fosse al sicuro e la sua magia cresceva ogni giorno di più. Poi, quando ha fatto diciotto anni... ho scritto a Gaius. Sapevo si sarebbe preso cura di lui, in un modo che qui... qui era impossibile. Non aveva nessuno con tale conoscenza. Non avevo nessuno. Merlin aveva tutto quel potere e nessuno ad insegnargli come usarlo. Sapevo i rischi, ma, penso, era qui che... era maggiormente a rischio. Paradossalmente. La gente non avrebbe capito. Pensava di essere un mostro. Che quello che gli accadeva e che faceva accadere era qualcosa di... pericoloso. Così è partito per Camelot con una mia lettera per Gaius.》
Hunith lo guardò. Arthur vide il dolore di una madre, così chiaramente. Così intensamente, lo sentì.
《Poi mi ha scritto di avervi conosciuto.》 Hunith rise tra le lacrime. 《Si è lamentato intere pagine. Ma quando abbiamo avuto quel problema e siete arrivati qui, ho capito. Ho visto. Ho visto voi, Arthur. Vi ho visto assieme. Quanto era orgoglioso e felice di stare a Camelot... quanto aveva e ha bisogno di voi, e...》
《... e quanto io ho bisogno di lui.》
Hunith gli baciò una guancia calda e rossa. 《Sì, figliolo》 sussurrò. 《Quindi, grazie. Mi manca ogni giorno, ma deve stare al vostro fianco. Lì è dove appartiene... il mio prezioso Merlin.》
Hunith aveva gli stessi occhi sorridenti. Stretti ai lati. Belli, pensò Arthur.
《Grazie a te》 rispose soffocando l'imbarazzo e continuando a stringerle la mano.
《Per... per averlo fatto nascere,》 si schiarì la gola, imbarazzato da ciò che aveva detto; ma era sincera la sua gratitudine.
Rimasero così, fino a quando Merlin tornò, e li fissò con occhi sbarrati un momento, per poi alzare un sopracciglio, raggiungendoli a sedendosi vicino a Hunith.
Hunith prese anche la sua mano, e rimasero così tutti e tre, guardando il sole bagnare l'erba per un po' di tempo.
Arthur pensò che si sentiva esattamente dove doveva essere.
