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La scommessa

Summary:

Di ritorno da una lunga pattuglia, i cavalieri di Camelot decidono di concedersi una birra.
Ma quando c’è di mezzo Galvano, una birra non è mai solo una birra.
Così, una scommessa tra amici fa prendere alla serata una piega decisamente imprevista — una di quelle notti che a Camelot nessuno dimenticherà tanto facilmente.

Work Text:

La scommessa

 

Tre giorni di pattuglia lungo il confine orientale avevano lasciato addosso a tutti i cavalieri fatica, fango e poche parole.

Artù cavalcava davanti, con la schiena dritta nonostante la stanchezza. Non si sarebbe mai permesso di mostrarsi debole davanti ai suoi uomini. Dietro di lui, Parsifal si stirò le spalle massicce.

«La prossima volta ci vorrebbe un confine più corto.» borbottò.

«O un confine senza pioggia.» sbuffò Elyan. «Il mio mantello è ancora zuppo!»

«Ci vorrebbe un confine senza banditi, la prossima volta.» osservò Merlino, aggiustando le redini del suo cavallo, che andava a zig-zag sotto il peso delle vettovaglie.

«Ci vorrebbe una birra.» intervenne Galvano con tono perfettamente serio.

«Ci vorrebbe che tu stessi zitto per almeno cinque minuti.» tuonò Artù, sollevando gli occhi al cielo.

Galvano gli rivolse un sorriso stanco, ma radioso.

«Quando smetterò di parlare, vorrà dire che sarò morto. E, in tal caso, vi autorizzo tutti a essere tristi.»

Il re scosse la testa, ma un lieve risolino increspò anche le sue labbra.

«Una birra. Una soltanto.» concesse. «Poi, torniamo dritti al castello prima che ci diano per dispersi.»

Merlino e Galvano si guardarono. E sogghignarono allegramente entrambi.

«Ci voleva.» rimarcò il cavaliere. «Dopo tre giorni sotto la pioggia, con Parsifal che russa come un drago in letargo, una birra è praticamente un atto di sopravvivenza.»

Parsifal lo guardò indignato.

«Io non russo.» mugugnò, infastidito.

«L’altra notte hai spaventato due cervi.»

«E qualche contadino…» gli diede man forte Elyan, annuendo vistosamente.

A quel punto neanche Artù riuscì a trattenere una risata.

 

***

 

La Taverna del Cinghiale Assonnato si trovava poco fuori le mura di Camelot, abbastanza lontana da evitare occhi indiscreti, abbastanza vicina da garantire un ritorno dignitoso.

Due fiaccole ardevano ai lati della porta, fissate agli anelli di ferro anneriti dal fumo. Le fiamme tremolavano nel vento della sera, tingendo di rame l’insegna consumata che oscillava e promettendo alcol, risate e riparo.

Appena entrarono, li investì un’ondata di calore, birra e chiacchiere a tutto volume, una miriade di voci sovrapposte, schiamazzi e ilarità che seguivano perfettamente i tonfi ritmici dei boccali sui tavoli di legno consunto.

A quella vista, Galvano sembrò rinascere, come se gli ultimi, faticosi giorni fossero ormai un ricordo lontano da buttarsi alle spalle e richiamare alla memoria soltanto per qualche aneddoto spassoso.

«Ah, civiltà.» sospirò, compiaciuto.

Proprio in quel momento, senza nemmeno guardare, Elyan intercettò un boccale che per poco non gli finiva addosso.

«E la chiami “civiltà”, questa?» chiese Artù, che avanzava come un comandante in territorio ostile.

Merlino lo seguiva guardingo, facendosi strada nella confusione generale, mentre Parsifal si abbassava meccanicamente per evitare di colpire con la testa le travi troppo basse.

Alla fine, scelsero un tavolo in un angolo.

«Una birra.» ribadì Artù, sedendosi. «Una sola.»

«Certo, Maestà.» disse Galvano con fin troppa innocenza nella voce.

Questo, ovviamente, significò che, dopo la prima birra ne era arrivata una seconda. Poi, una terza. E una quarta…

Merlino, che aveva preferito fermarsi dopo il primo giro e restare sobrio – qualcuno doveva rimanere lucido e con la testa sulle spalle – si stiracchiò sullo schienale della sedia e iniziò a guardarsi attorno per ingannare il tempo.

Fu così che notò Rowena, la giovane donna dietro il bancone, che sollevava un barile con più sicurezza di molti degli uomini presenti nella stanza. Aveva i capelli castani raccolti in una treccia comoda e le maniche arrotolate. Si muoveva con efficienza asciutta, senza alcuna fretta e senza esitazione. Ogni gesto e ogni passo le facevano risaltare la cintura di cuoio marrone scuro con fibbie d'argento lavorate che aveva stretta alla vita.

Galvano la notò un istante dopo di lui e sfoderò uno dei suoi migliori sorrisi, uno di quelli che impensierì non poco il suo amico.

«Oh no.» bisbigliò il servo, preoccupato.

«Conosco quel sorriso. Ignoriamolo e forse gli passerà.» propose Parsifal, continuando a sorseggiare la birra dal suo boccale.

«Che c’è?» chiese lui, perplesso. «Non ho ancora detto niente.»

«No, ma stai per farlo.» disse Artù con una smorfia. «Questo è il problema.»

Il re lo aveva visto fissare il bancone con l’aria di chi era in esplorazione. Il cavaliere prese in mano il suo boccale e se lo portò alla bocca lentamente, molto lentamente.

«Venti monete d'oro.» annunciò all’improvviso agli altri, facendoli trasalire. «Che riesco a farmi prestare quella cintura per una sera. Senza offrirle da bere, senza toccarla, senza una sola frase che suoni anche lontanamente da locanda nel cuore della notte.»

Parsifal scoppiò in una risata sonora.

«Venti monete?» gli domandò, appoggiandosi alla sedia.

«A testa.»

«Ci sto.»

Elyan incrociò le braccia.

«Scommetto che tornerai a casa senza pantaloni, non con la cintura.» disse con un ghigno sarcastico.

«Non coinvolgetemi in questa storia. So già che non ne verrà fuori niente di buono.» sospirò Leon.

«Se finisci in cella per qualche motivo, non aspettarti che venga a tirarti fuori. Marcirai lì dentro!» gli intimò Artù.

Galvano si alzò con fare teatrale.

«Maestà, la vostra fiducia mi commuove.»

Merlino, seduto in disparte con l’aria di chi ha già visto il finale, gli mormorò:

«Hai un piano, vero? Anche uno stupido… È pur sempre un piano…»

L’amico gli diede una pacca sulla spalla.

«Il piano è non avere piano. Fidati, è infallibile.»

A quel punto, il cavaliere attraversò la locanda con passo rilassato, ignorando deliberatamente il fatto che cinque paia di occhi lo stessero seguendo dal tavolo all’angolo.

Rowena stava sistemando dei boccali dietro il bancone. Non sollevò lo sguardo quando lui si fermò davanti a lei. Galvano attese qualche istante, poi si schiarì la voce con eleganza studiata.

«Buonasera.»

«Se volete da bere, dovrete aspettare il vostro turno.» rispose lei senza nemmeno guardarlo.

«Allora è una fortuna che non sia qui per la birra.»

La locandiera alzò finalmente gli occhi.

«Allora siete nel posto sbagliato.» disse, guardinga, ma non ostile.

«Al contrario.» replicò il cavaliere, lasciando seguire un piccolo inchino. «Credo di essere esattamente dove dovrei.»

Rowena si appoggiò al bancone con un gomito.

«Questo è il momento in cui dite qualcosa di impressionante?» domandò, tagliente.

Galvano aprì la bocca, poi la richiuse e arricciò le labbra in una smorfia simile a un sogghigno.

«L’avevo preparata meglio nella mia testa.» ammise con onestà disarmante. «Permettetemi di riprovare.»

«Vi ascolto.»

«Mia signora…» esordì con voce bassa e suadente. «…la vostra cintura ruba luce alle stelle e la restituisce accresciuta al mondo. Mi concedereste l’onore di indossarla solo per un istante? Vorrei capire se brilla ancora quando è lontana dal vero astro che la illumina… Voi, ovviamente…»

Lo sguardo della donna scese istintivamente verso la propria vita, poi tornò su di lui.

«Voi… volete… la mia cintura.» ripeté perplessa.

«In prestito.» specificò Galvano immediatamente. «Per una sola sera.»

«E perché mai?»

«Perché ho fatto una scommessa.» rispose lui, inclinando di poco la testa per celare il suo imbarazzo di fronte a quella banale verità. «E perché credo che chiedere con rispetto sia più interessante che ottenere con astuzia.»

Rowena lo osservò a lungo, senza essere né offesa, né lusingata da quelle parole.

«Bel discorso, cavaliere. Ma qui da noi c’è una regola: se volete qualcosa che mi appartiene, dovete guadagnarvelo.»

«Sono bravo nel guadagnarmi le cose.»

 

***

 

Un tavolo della taverna fu liberato con entusiasmo e scarsa delicatezza.

«Fate spazio!» gridò qualcuno.

«Non interveniamo.» propose Artù con scarsa convinzione, restando seduto al suo posto.

Leon annuì, ma Parsifal già si era alzato per vedere meglio la scena ed Elyan sorrideva pregustandone gli effetti nella sua testa.

Merlino si toccò la fronte in segno di preoccupazione, ben conscio di come ogni volta vadano a finire faccende come quella.

Galvano si sedette di fronte a Rowena e, con una calma quasi snervante, si arrotolò la manica destra. Quando la locandiera gli aveva proposto di “guadagnarsi” la cintura, molti scenari si erano palesati nella sua mente, ma nessuno prevedeva una sfida a braccio di ferro, al meglio delle tre.

«Avete ancora tempo per ripensarci.» disse lei, intrecciando le dita e scrocchiandole per scaricare la tensione.

«Questo mi offende.» replicò lui, in modo teatrale.

«Non era mia intenzione.»

Si strinsero la mano. La presa di Rowena era ferma, molto più di quanto Galvano si aspettasse. Si trattava di un dettaglio minuscolo, ma fu sufficiente a far scattare in lui un campanello d’allarme.

«Pronti?» chiese Elyan, autoproclamandosi arbitro. «Via.»

Le braccia dei due contendenti si irrigidirono e i loro muscoli si tesero. Per un attimo rimasero completamente immobili, poi, con una calma quasi aggraziata, Galvano accompagnò il dorso della mano di Rowena a toccare il tavolo.

La prima contesa non durò più di qualche istante e il cavaliere aveva vinto senza nemmeno sudare.

Ne seguirono applausi e fischi da parte di molti dei presenti.

Galvano non esultò e si limitò a sorridere.

Nella seconda contesa fu Rowena a stringere per prima.

Ancora una volta, fu Elyan a dettare il tempo.

«Pronti? Via!»

Rowena piantò il gomito nel tavolo e nell’impatto impresse quello che ben richiamava il concetto di “forza contadina”. La mano di Galvano scese di colpo verso il basso, fermandosi a un soffio dalla sconfitta, che arrivò quando, dopo uno sforzo evidente ma controllato della locandiera, toccò il legno con un tonfo.

Un boato accolse quella clamorosa sconfitta. Parsifal si mise a ridere apertamente, Elyan batté le mani sul tavolo, divertito, e Leon si limitò a mormorare un “impressionante” con gli occhi pieni di stupore.

Artù, dal suo posto nell’angolo più lontano della sala, sollevò un sopracciglio.

«Lo avevo avvertito.»

«Non me l’aspettavo.» commentò Galvano, genuinamente sorpreso, scuotendo il braccio per farlo rilassare.

«Non fatevene una colpa. È un errore comune.» replicò Rowena, senza alcuna vanità nel tono di voce, come se stesse soltanto analizzando un mero fatto.

La taverna era ormai completamente in subbuglio. Tra gli scommettitori le monete passavano con estrema velocità da una tasca all’altra. Qualcuno cambiò idea sul vincitore, qualcun altro raddoppiò la posta in gioco. Alcuni avventori salirono su una panca per vedere meglio la disputa decisiva. Merlino si fece largo tra la folla e si avvicinò ai due più del previsto. Non per aiutare l’uno o l’altro a prevalere. Si tenne pronto solo nel caso ci fosse bisogno delle sue… risorse.

«Ultima disputa!» gridò Elyan. «Pronti? Via!»

Tra i contendenti regnava un equilibrio perfetto, che faceva tremare e scricchiolare il tavolo sotto la pressione costante. Galvano rideva. Rowena stringeva i denti. Entrambi erano seduti in bilico sulle rispettive sedie.

Si trattava di una sfida vera, in cui nessuno ricordava più che in palio c’era soltanto il prestito di una cintura e non l’onore.

All’improvviso, però, un uomo dall’altra parte della taverna, già ubriaco oltre ogni dignità, rise sguaiato.

«Se perde contro una donna, tanto vale che si tolga anche le braghe!»

«Quella è una strega!» tuonò un altro.

Il silenzio scese di colpo nella sala. Parsifal smise di ridere, Elyan prese a scrutare tutti gli avventori del posto con particolare attenzione, come se stesse attendendo qualcosa.

Galvano non si voltò affatto, ma il ghigno sul suo viso cambiò decisamente. Rowena se ne accorse e iniziò a imprimere più forza sulla presa, non per umiliare il cavaliere, ma per mettere fine alla disputa e provare a far tornare la quiete prima che la situazione degenerasse.

Il tavolo, però, cedette con uno schianto inatteso. Le gambe di legno si spezzarono e il piano si inclinò, facendo finire tutti e due per terra.

Qualcuno gridò. Altri si spinsero. Dei boccali furono lanciati in aria e si frantumarono ovunque in giro per la stanza.

L’uomo ubriaco fece un passo avanti.

«L’avevo detto…»

Non finì la frase perché un compagno di bevute gli fracassò uno sgabello sul fianco, dando il via a una serie di risse.

«Basta!» urlò Artù, ma nel frastuono generale nessuno lo sentì.

Galvano si rialzò tra le risate e la polvere, aiutando Rowena a fare lo stesso.

«State bene?»

«Sì.» rispose lei, sistemandosi una ciocca di capelli sfuggita. «Ma sarà meglio che metta in salvo quello che posso.»

Si diresse dietro al bancone e afferrò alla svelta delle brocche di sidro e un sacchetto di monete. In quel momento, un uomo alticcio fu spinto da un altro da quelle parti e si aggrappò con mano maldestra proprio alla cintura della locandiera per non cadere. La fibbia si sganciò e, mentre l’uomo finiva gambe all’aria, il cuoio scuro prese la direzione opposta, librandosi in aria come un fringuello.

Galvano la vide e la afferrò al volo con un riflesso perfetto. Per un istante rimase immobile, cintura in mano, mentre attorno a lui il caos continuava tra calci, pugni e oggetti distrutti.

«Riflessi eccellenti.» mormorò Rowena, ancora impegnata nell’improbabile salvataggio dei suoi averi.

Il cavaliere sorrise e sollevò le spalle, compiaciuto, ma un altro spintone lo fece barcollare. Per non perdere la cintura, se la allacciò sopra i vestiti.

«Non credo sia fatta per voi.» osservò la donna, perplessa.

«Oh, non temete, sembra molto resistente.»

La fibbia, però, non era adatta a una circonferenza maschile, specialmente dopo tutte le birre che aveva bevuto. Così…

Crack!

L’allaccio d’argento si staccò e schizzò via come se fosse stato lanciato da una fionda, andando a colpire un candeliere a parete, che oscillò vistosamente. Una candela cadde.

Il tappeto sotto il tavolo rotto era già impregnato di birra, di chiazze d’olio e di chissà cos’altro, rovesciati durante il trambusto.

La fiamma attecchì in men che non si dica. Se ne svilupparono altre, piccole ma fastidiose.

Il fumo che iniziava a diffondersi gettò tutti i presenti nel panico.

Rowena afferrò un secchio d’acqua dietro il bancone. Merlino, dal canto suo, si rese conto che non sarebbe stato sufficiente a spegnere completamente il fuoco e a impedirgli di propagarsi.

Così, mentre la locandiera lo rovesciava a terra, con le labbra che si muovevano appena, il mago mormorò:

«Gecumen gé drý wæter!»

Per un momento, prima di toccare il tappeto, l’acqua si divise con una precisione incredibile. Tutte le fiamme si spensero in un sibilo umido.

Artù e gli altri cavalieri si avvicinarono a loro volta al bancone per sincerarsi della situazione.

Il re rimase immobile. Guardò prima il tappeto annerito, poi la cintura spezzata che penzolava dal fianco di Galvano.

«Hai quasi incendiato una taverna. Per una cintura?!»

«Beh, “incendiato” è una parola grossa, sire.» intervenne Parsifal, indicando l’area bruciacchiata per terra.

«Non sei di aiuto.» lo fulminò con lo sguardo il sovrano.

«In pratica, l’ho salvata. E ho vinto la scommessa... più o meno.» commentò Galvano, coperto di fuliggine, prendendo la cintura rotta in mano.

Rowena, appoggiata al bancone, rideva così forte che le lacrime le rigavano la faccia sporca di fumo. «Siete il cavaliere più catastrofico che abbia mai incontrato. Tenetevi pure quella cosa rotta. Ve la siete meritata.»

Poi, si sporse e gli stampò un bacio sulla guancia annerita.

«Per il coraggio… o per la stupidità. Non ho ancora deciso.»

«Mia signora, la stupidità è il mio talento segreto, lo confesso. E stasera ha fatto scintille. Letteralmente.» rispose il cavaliere, ammirato.

 

***

 

La taverna stava lentamente tornando alla normalità. Qualcuno raddrizzava sedie, qualcuno puliva a terra, qualcun altro commentava l’accaduto con un entusiasmo esagerato.

Artù stava pagando il danno con un’espressione che prometteva conseguenze future.

Galvano rimase vicino al bancone con la cintura spezzata tra le mani.

«Mi dispiace.» disse a Rowena, stavolta senza ironia. «Non volevo rovinarla.»

«Non l’avete rovinata. Ha fatto il suo dovere.» osservò lei.

«Tenere su i pantaloni? O la gonna, nel vostro caso?»

«Resistere abbastanza a lungo.» spiegò la locandiera, sorridendo. «Non tutte le cose devono durare per sempre per essere utili.»

Galvano annuì, rasserenato.

«Vi capita spesso?» chiese la donna, all’improvviso.

«Di incendiare taverne?»

«No, di entrare in un posto e trasformarlo in una storia rocambolesca.»

Il cavaliere inclinò la testa, riflettendo.

«No.» ammise. «Fino a qualche tempo fa, a dire il vero, ero già nei guai prima ancora di mettere piede in luoghi come questo. Spesso senza nemmeno sapere come…»

Rowena scoppiò a ridere, poi si fece più seria.

«Avete aiutato me, anziché buttarvi nella rissa.»

«Era la cosa giusta da fare.» scrollò le spalle Galvano.

«Non tutti lo fanno.» constatò lei. «Potete riparare la cintura, se volete. Così, vi ricorderà che ogni tanto dovreste pensare prima di agire.»

«Temo che rovinerebbe la mia reputazione.» sorrise il cavaliere.

«La vostra reputazione è già un mezzo disastro.»

«Su questo siamo d’accordo.»

«Galvano!» chiamò Artù, secco, con un tono che non ammetteva ritardi. «Muoviti! Dobbiamo andare.»

Prima di raggiungere gli altri, lui si voltò verso Rowena.

«È stato un piacere perdere con voi.»

«Ma non avete perso…»

«Dettagli.»

 

***

 

Tornarono a Camelot che era ancora notte fonda.

«Mai… più… una birra… con te.» disse Artù, minaccioso, all’indirizzo di Galvano. «Hai distrutto un tavolo. Hai causato una rissa. E hai quasi dato fuoco a una taverna.»

«La prossima volta scommetti su qualcosa che non possa appiccare un incendio.» disse Merlino, rallegrato dall’irritazione del re.

«E dove sarebbe il divertimento? Inoltre, ho avuto la cintura… Ho avuto un bacio… E le monete… beh, quella scommessa è stata annullata, ma quelle posso sempre ottenerle la prossima volta, magari proprio con un’altra scommessa.»

«Domani addestramento all’alba.» ordinò Artù, furente.

«Uhh!» rumoreggiarono tutti all’unisono.

«Anche tu, Merlino.»

«Cosa? Ma io non ho fatto…»

Artù si voltò a fissarlo, torvo.

«Certo. Perché no?!» sospirò il servo, facendo una smorfia non appena il re tornò a guardare davanti a sé.

Parsifal affiancò il suo cavallo a quello di Galvano.

«Hai visto la faccia di quell’uomo quando l’ho guardato di traverso?» domandò a bassa voce.

«Avrei pagato per rivederla.»

«Pagherai per molto altro.» intervenne Leon, asciutto, indicando il profilo di Artù che cominciava la fila.

«Puoi giurarci!» urlò quello, manovrando le redini.

Elyan indicò la cintura che Galvano portava legata al braccio come una fascia.

«La indosserai davvero?»

«Assolutamente.»

«No!» urlò ancora il sovrano, senza voltarsi.

«È il mio talismano contro la noia.»

«Un giorno rischierai di morire per qualcosa di ridicolo.» scosse la testa Merlino.

«Probabile.»

«E io dovrò salvarti.»

«Molto probabile.» rise il cavaliere.

Il mago annuì, ridendo a sua volta.

Davanti a loro, le torri di Camelot si stagliavano contro il cielo notturno, mentre Artù continuava a borbottare tra sé di disciplina, responsabilità e scelte discutibili, sebbene di tanto in tanto un sorriso traditore gli increspasse le labbra.

«Ma ammettilo, Merlino…» abbassò la voce Galvano. «È stata una bella avventura.»

Merlino sospirò.

«Sì, lo è stata.»