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Capitolo due
Antonio mi aspettava fuori dal portone del palazzo, le mani nelle tasche della tuta da meccanico. Lo baciai sulla guancia mal rasata, lui sorrise e mi prese per la mano. Passeggiammo così lungo lo stradone, parlando del più o del meno, dei fatti del rione, incontrando alcuni dei nostri amici come Carmen ed Enzo o Pasquale, che rientrava dal lavoro.
Nonostante i problemi che avevamo avuto nei mesi passati, io e Antonio eravamo ancora una coppia piuttosto felice. Avevamo litigato, soprattutto dopo il matrimonio di Lila, quando avevo trascorso buona parte del tempo insieme a Nino; mi aveva accusato di essere innamorata del figlio di Sarratore e io, pur sapendo che era vero, mi ero arrabbiata per la sua mancanza fiducia. In realtà, tra me e Nino non era accaduto nulla e Antonio non aveva mai avuto nulla di concreto per cui essere geloso, se non il mio ormai secolare amore non ricambiato nei confronti del ragazzo. Per questo, probabilmente, ero riuscita a convincerlo di quanto gli volessi bene e avevamo infine fatto pace. Antonio era comunque rimasto ossessionato dal figlio dei Sarratore, mi chiedeva spesso se non lo vedessi a scuola, se avessimo più parlato, mi implorava di promettergli che era lui l'unico con cui volevo stare. Io lo accontentavo, cercavo di farlo felice nonostante la sua gelosia mi esasperasse perché per il resto, io e Antonio avevamo caratteri molto simili, ci trovavamo sempre in accordo e trascorrere il tempo con lui mi piaceva. Era molto dolce e comprensivo dopotutto, soprattutto riguardo ai miei impegni di studio e non mi aveva mai messo pressioni di alcun tipo riguardo al contatto fisico. Ci scambiavamo molti baci, mi aveva toccato sotto i vestiti in passato e io avevo stretto tra le mani la sua erezione; non eravamo mai andati oltre, più per preoccupazione di Antonio, impegnato nel non mancarmi di rispetto, che per mia iniziativa. Dal canto mio, infatti, in certe occasioni mi sarei spinta ben oltre i nostri soliti limiti, arrivando senza problemi fino al sesso.
Ora che quei pensieri mi davano le vertigini, stringevo la mano di Antonio più forte e con un doloroso senza dell'umorismo mi facevo notare che no, Antonio non doveva preoccuparsi di Nino, con cui non c'era mai stato neppure un bacio; piuttosto era stato molto più peccaminoso quello che avevo fatto con Lila, che era stato sesso, nel senso più lussurioso del termine e che era stato molto più audace di quanto avessi mai fatto insieme a lui.
Di nuovo mi aggrappai più forte alla mano del ragazzo come un'ancora di salvezza, scacciai Lila dalla mia testa con quanta più violenza possibile.
"Come va la scuola, Lenù?" mi domandò lui, mi lasciò la mano ma passò il braccio sulla mia spalla.
"Bene"
"É perché sei sempre brava, la più brava del rione"
"Non esagerare, studio molto e le cose così mi riescono"
"Vai ancora da Lina per studiare?"
Quella domanda mi gelò il sangue nelle vene.
Non c'era nulla di malizioso nella domanda del mio fidanzato, niente che alludesse a qualcosa di sospetto, ma a me dette l'impressione che nei suoi occhi stanchi vi fosse tutto il senso di colpa che provavo per averlo tradito. Perché era di questo che si trattava, era inutile nascondermi dietro ad un dito. Tradimento.
Quella parola aumentò la mia agitazione "Qualche volta" risposi evasiva, ebbi l'impressione di aver ripreso a tremare; d'impeto cambiai argomento immediatamente, mi leccai le labbra e lo abbracciai con più forza "Mi dispiace che io e te non ci vediamo molto spesso in questo periodo"
Eravamo arrivati ad una panchina, in una zona un po' isolata del rione; non abbastanza perché potessimo baciarci senza che mia madre lo venisse successivamente a sapere, ma abbastanza perché potessimo parlare in maniera più intima. Antonio mi fece sedere, fece lo stesso al mio fianco, poi mi prese le mani, me le baciò.
"Non ti voglio distrarre con la scuola, lo capisco se non hai tempo"
Scossi la testa, dissi in dialetto "Ce l'ho il tempo, vieni a chiamarmi"
"E tua mamma?"
"Mia madre in qualche modo la convinco io"
Anche se eravamo in pubblico, mi spinsi oltre nel baciarlo, non solo come uno sfregarsi di labbra, ma spingendo la lingua all'interno della sua bocca. Antonio sussultò, mi lascio fare per qualche istante, fino a quando non insistetti nell'approfondire il bacio e schiusi di più la bocca, alla ricerca di maggior contatto tra i nostri corpi.
Era diventato una sfida a me stessa, cercare di eliminare Lila e sradicarla da me, mi sembrava fosse qualcosa che solo Antonio, il mio vero fidanzato, potesse fare. Alla ricerca di quel piacere al basso ventre, come lo era stato le altre volte in cui ci eravamo baciati e strusciati mezzi nudi agli stagni; ma come altrettanto, se non più intenso ed esplosivo, lo era stato quando Lila aveva preso possesso del mio corpo bagnato dall'acqua della vasca, inerme di fronte ai tocchi delle sue dita sottili.
"Piano Lenù" disse Antonio ridendo, mi aveva staccato con la mano sulla mia spalla e mi aveva guardato negli occhi. Dovetti sembrare delusa. E lo ero, lo ero veramente. Neppure in quel caso avevo smesso di pensare alla mia migliore amica.
Antonio, però, ignaro delle mie pene, mi accarezzò la guancia ed esclamò "Vieni, andiamo, ti compro il gelato"
Controllò le poche monete che aveva nella tasca, si tirò in piedi. Io annuì, mi bruciavano gli occhi, ma afferrai la sua mano e mi lasciai trascinare via.
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Rientrai a casa che l'ansia e l'angoscia non avevano fatto che crescere. Allo stato generale di malessere, mi si era aggiunto anche un mal di testa infernale che mi faceva desiderare soltanto di stendermi e provare a dormire.
Mi trascinai per la cucina, cercai di percorrerla senza incappare nelle zuffe dei miei fratelli, nel non farmi coinvolgere delle grida di mia madre con cui li intimava di smettere di litigare.
Quasi ci riuscii. Poco prima di uscire dalla stanza, mia madre si voltò di scatto, il mestolo agitato a mezz'aria
"Lenù, è passata la tua amica, la moglie di Carracci, gli ho detto che non c'eri. Dice se domani vai a trovarla a casa sua"
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Pensai parecchio se andare o no a trovare Lila. Mi ci arrovellai tutta la notte.
Arrivati a mattina, senza aver chiuso occhio, avevo deciso che no, avrei ignorato l'invito di Lila. Le avrei rifilato una scusa più tardi, lei avrebbe capito; sentivo infatti che quel silenzio tra di noi doveva durare ancora un po', fino che ciò di sbagliato che era avvenuto svanisse definitivamente.
Forse persino sarebbe dovuto durare per sempre, ripeteva la parte più repressa di me che ormai aveva preso il sopravvento, se fosse stato necessario a cancellare quello che ormai mi sembrava un atto così orribili da poter mandare entrambe all'inferno.
Ero certa della mia scelta, ma poi mi ritrovai, all'uscita da scuola, a imboccare la strada per il rione Alto. A vagare nelle strade deserte dell'ora di pranzo, nuvoloni neri sopra alla mia testa che mi dicevo non erano che il presagio di come sarebbe andato quell'incontro. Proseguivo tuttavia come un'automa, contro la mia volontà, trasportata come dalla corrente e da gambe che funzionavano da sole.
Sto facendo una passeggiata, mi ripetevo, ma la direzione era opposta a quella per arrivare a casa. Più nella mia testa era chiara l'idea che non avrei dovuto farlo, più il mio passo verso quell'inevitabile meta diventava spedito. Quando mi ritrovai davanti alla porta del palazzo di Lila, addirittura me ne stupii. Come se mi avessero condotta lì di forza, bendata. Salii di seguito le scale con le medesime sensazione che avevo avuto l'ultimo giorno in cui vi ero stata: uno stato febbrile che mi faceva tremare le mani, nausea e un'orribile considerazione di me stessa.
Mi fermai di nuovo davanti alla porta che recitava Carracci, restai in attesa di suoni che provenissero dall'interno. C'era quiete e pregai con tutte le mie forze che non ci fosse nessuno in casa. A quel punto me ne sarei dovuta andare, persino quel maledetto istinto che mi riportava sempre da Lila si sarebbe dovuto arrendere.
Rimasi lì, cercando di comprendere le contraddizioni che albergavano in me. Nonostante non fosse affatto caldo, sentivo gocciole di sudore scendermi lungo la schiena. Fissavo un punto di fronte a me, immobile come una statua, senza riuscire a fare nulla. Senza una ragione guardai il cielo fuori dalla finestrella del terzo piano, in cui mi trovavo. Sarebbe venuto a piovere, dovevo rientrare prima che accadesse perché non avevo l'ombrello; pensai, come se quello fosse il più urgente dei pensieri che mi perseguitavano. Mi sentii stupida, mi fissai la punta delle scarpe e pregai che si muovessero da sole e mi riportassero a casa.
Ma invece di rispondere ai comandi, i piedi rimasero fermi, piantati in terra. Piuttosto, il braccio mi si era alzato, il dito premuto contro l'interruttore dorato che mi trovavo di fronte.
Avevo suonato il campanello.
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Ci furono da subito dei passi all'interno dell'appartamento e compresi che le mie preghiere non erano state esaudite. Ebbi l'istinto di scappare, come avevo fatto ormai una settimana prima, ma questa volta per qualche ragione avevo le gambe pesanti come cemento e mi ritrovai bloccata lì. Non volevo farlo, eppure eccomi qui, pensai con il cuore in gola, eccomi qui.
Eccomi qui, Lina, l'hai avuta vinta tu un'altra volta
Inghiottì la saliva e mi disegnai un sorriso forzato sulle labbra, promettendomi di comportarmi nel più naturale del modi. Non volevo che la mia amica vincesse anche su quel fronte.
Ma fu completamente, perché quando ad aprirmi la porta fu una Lila dal viso truccato, i capelli acconciati in una fascia gialla che si abbinava al vestito, dimenticai tutto.
"Elena"
"Li''" la voce mi uscì quasi in un lamento.
Rivedere il suo viso era stato come prendere una vitale - eppur dolorosa- boccata d'aria fresca.
Tentai di dire qualcosa, la voce mi si spezzò. Lila non ci fece caso, o comunque lo ignorò, perché mi fermò con il cenno della mano e ad alta voce esclamò "Rino, Pinù, c'è Lenuccia"
Non compresi a pieno ciò che stava accadendo, ma immediatamente udì le voci di Rino e Pinuccia che mi salutavano dall'altra stanza. Lila, a quel punto, senza degnarmi di uno sguardo girò i tacchi e sparì dalla mia visuale. Mi lasciò lì imbambolata, sull'uscio di casa senza neppure invitarmi ad entrare.
Incredula, entrai comunque e richiusi la porta alle mie spalle. Mi guardai intorno un po' spaesata, irrequieta, muovevo le braccia prima stringendole al petto, poi lungo i fianchi, poi a tormentarmi l'orlo della maglietta. Mi sentivo a disagio, fuori luogo, come se non fossi mai stata in quel luogo e non ne conoscessi i minimi particolari. Non sarei mai dovuta venire, ora più che mai mi sembrò vero, ora più che mai avrei voluto tornare da dove ero venuta. Ma ero oramai in trappola, perciò seguii le voci che seguitavano a sentirsi, giunsi fino alla cucina.
Oltre a Lina, posta a capotavola, vi trovai Rino e Pinuccia dalla parte opposta del tavolo. La ragazza era seduta sulle ginocchia del più grande dei Cerullo, rideva a crepapelle mentre tirava la testa all'indietro e teneva tra l'indice e il medio una sigaretta accesa; aveva il fare da gran signora e anche nell'abbigliamento, notai che copiava quello di Lila. Proprio quest'ultima, con le gambe accavallate e un gomito appoggiato al tavolo, scrutava con piglio serio e accigliato il fratello e la fidanzata, come guardasse due alieni. Non si scompose quando entrai nella stanza, non si mosse, non mi guardò, non mi rivolse parola. Al contrario di Rino, che invece mi accolse festoso, facendomi complimenti su quanto fossi cresciuta, su quanto tempo non mi vedesse ora che lavorava a tempo pieno alla calzoleria per conto di Stefano e dei Solara.
"Come stai?" mi chiese invece Pinuccia, le scappò una risata "Sei bianca come un cadavere, Lenù"
"Sto bene, grazie" mentii, mi sentivo sul punto di svenire.
"Prendi un caffè, vieni vieni"
"No, ti ringrazio Rino, ma..."
"Ah no, non fare complimenti"
Mi accomodai per forza, come mi suggeriva di fare il ragazzo che stava facendo gli onori di casa pur trovandoci di fatto a casa della sorella. Dovette aver notato la freddezza di Lila, perché la esortò a versarmi il caffè, a non essere maleducata.
Alla fine controvoglia ne presi un sorso, ma quasi non mi strozzai. Mi sentivo effettivamente come un cadavere, riflettei, con lo stomaco che si contraeva. Forse ero un fantasma, visto che Lila si comportava come se fossi trasparente.
Seguitai a rispondere alle domande dei due, a sorridere mentre si facevano mille moine, a mia volta chiedendo del negozio in piazza dei Martiri, di Don Fernando, della salumeria dei Carracci.
In apparenza guardavo due fidanzati, ma in realtà, non riuscivo a smettere di rivolgere le attenzioni a Lila. Con la coda dell'occhio, mi sporgevo verso la ragazza, cercavo di scorgere nel suo sguardo statuario ogni singola traccia di attenzione nei miei confronti. Ma non ne trovavo, era come se nella stanza continuassero ad essere solo lei, Rino e Pinuccia.
Un fantasma
Mi innervosii per quel comportamento, non riuscivo a comprendere quali fossero i suoi piani. In fondo era stata lei a chiedermi di andare lì. Era arrabbiata con me, non c'erano dubbi, ma qual era il punto di invitarmi a casa sua, se non aveva neppure l'intento di parlarmi. Era tutto troppo strano, continuavo a ripetermi, nei suoi comportamenti non leggevo la rabbia impulsiva che conoscevo nella mia amica; no, come trovarsi di fronte ad una lastra di ghiaccio. Ipotizzai, e sperai, che Lila in realtà aspettasse solo che rimanessimo sole per parlare. Quell'attesa così si rivelò la lunga della mia vita. Perciò tirai un sospiro di sollievo quando neppure dieci minuti più tardi, Rino si alzò dalla sedia insieme a Pinuccia.
"Ce ne stavamo andando" disse proprio Pinuccia, aveva preso per mano il fidanzato.
"Siamo venuti per vedere la ferrovia"
"Sì, Rinuccio me l'ha fatta vedere prima, in camera da letto"
Quel breve scambio di battute fece scoppiare entrambi in una serie di risate sottomesse che dovettero sembrargli complici e velate, ma che mi apparvero da subito ben chiare. Non era la prima volta, anche in mia presenza, che Lila permetteva a Rino e Pinuccia di chiudersi nella stanza degli ospiti e restarvi per ore. Molti pomeriggi li avevamo passati in silenzio ad aspettare gemiti sommessi, per poi scoppiare a ridere fragorosamente.
Guardai Lila, cercando in lei lo stesso ricordo che a me era tornato alla mente. Ma lei con un sopracciglio alzato ancora osservava Rino, ora le labbra erano piegate in una lieve smorfia.
Rino e Pinuccia ripresero a sbaciucchiarsi, finché Rino non si staccò, si riaggiustò la camicia stropicciata
"Dobbiamo andare, Pi" disse "Lasciamo Lina e Lenù alle loro chiacchiere"
Così ci salutarono, li udimmo sghignazzare ancora nel corridoio e poi nell'ingresso dell'appartamento.
La porta d'ingresso sbatté e sancì come ora io e Lila fossimo ufficialmente rimaste sole.
Non mi mossi, seduta scomodamente con le spalle dritte, aspettai che finalmente accadesse qualcosa.
Ma tutto ciò che ottenni fu un minuto di silenzio, interminabile, che mi sembrò durare secoli.
Studiai Lila per tutto il tempo, di sottecchi, mentre in realtà avevo gli occhi puntati alla punta delle dita; ora Lila si era alzata in piedi, aveva preso a lavare le tazzine nel lavabo, le asciugava con cura per poi riporle nella credenza.
Mi tormentai le mani, esasperata da quell'attesa. Attesa di cosa, poi, mi domandavo mentre allo stesso tempo trovavo io stessa il coraggio di parlare. Aprii la bocca un paio di volte, ma la richiusi sempre, mi sembrava che ogni volta mi mancasse il fiato.
Lila, alla fine delle operazioni, girò il rubinetto dell'acqua e si voltò verso di me, appoggiata con la schiena al bancone della cucina. Si pulì le mani sul grembiule che indossava e finalmente mi scrutò distrattamente. Non disse nulla, però.
Decisi che era troppo, che non avrei potuto sopportare più quella tensione. Mi toccai gli occhiali, allora, al centro, spingendoli verso il naso e mi accorsi che avevo la fronte di nuovo imperlata di sudore. Avevo deciso di prendere l'iniziativa.
"Mia madre mi ha detto che sei passata a casa ieri"
"Sì"
"Ero con Antonio, abbiamo fatto una passeggiata"
Lila strinse gli occhi, deglutì e fece qualche passo in avanti in rapida sequenza; ben presto mi accorsi non verso di me, ma si era avvicinata alla finestra, sfiorando il vetro con la punta delle dita.
Un treno era appena passato, ancora si intravedeva la polvere che aveva alzato fluttuare nell'aria intorno ai binari.
Continuando a non trovare risposta e sempre più agitata per come si stava svolgendo quella conversazione, cercai di divincolarmi testardamente dalla morsa del silenzio con cui Lila invece sembrava sentirsi tanto a suo agio.
"Dovevi dirmi qualcosa?"
Lila si voltò nella mia direzione, aveva uno sguardo indecifrabile, non su di me, ma sul muro alle mie spalle. C'era come una fiammella che ardeva nei suoi occhi, sorrise appena "No"
"Perché mi hai cercata, allora?" sbottai, senza troppi riguardi alla calma apparente che avevo cercato di mantenere. Mi alzai in piedi, mi asciugai le mani sudate sulle cosce.
Iniziavo ad indispettirmi per quella situazione, iniziavo a sentirmi presa in giro; che cos'era quello, un altro dei sadici trabocchetti di Lila, un gioco di forza atto al farmi impazzire, oppure semplicemente una vendetta per come ero scappata.
Lila si strinse nelle spalle, fece qualche passo in avanti e ridusse la distanza tra di noi. Questa volta si era avvicinata alle sedie in cui erano stati seduti Rino e Pinuccia; le accostò al tavolo, poi punto le dita sullo schienale, vi appoggiò parte del suo peso e la fece inclinare. Sbatté a terra una, due, tre volte in un rumore sordo.
Mi stava chiaramente torturando, non c'era altra ragione per cui se ne sarebbe dovuta rimanere lì, senza dire nulla, dopo avermi cercata. Compresi che ero caduta nella sua trappola. Fin dal principio, presentandomi a casa sua e comportandomi come se nulla fosse accaduto, avevo fatto esattamente il suo gioco. Quell'invito era atto solo a cercare di stanarmi, come il gatto con il topo, con quel comportamento passivo aggressivo. Non era altro che il suo solito modo di agire, con cui schiacciava gli altri e li manipolava come fossero pedine, con cui assumeva il controllo delle azione e dei pensieri degli altri
La detestai con tutte le mie forze "Allora me ne devo andare" risposi, con voce fredda "Devo aiutare mia madre a preparare la cena"
Lila sospirò, alzò gli occhi e per la prima volta in quel pomeriggio mi guardò davvero. Gli occhi nerissimi, circondati dalle occhiaie, mi bucavano l'anima, me la perforavano. Mi dicevano la vera ragione per cui ero lì, mi dicevano cose che io non riuscivo a sopportare.
Lo so che cosa stai facendo Lenù, che scappi da me perché abbiamo fatto sesso, che non riesci più a non pensarci e a ripensarci ti viene da toccarti ogni volta, che continui a negare a te stessa che ti è piaciuto farti chiavare da me e che ti è piaciuto chiavare me, che ancora ce l'hai nella testa il mio respiro mentre la tua lingua mi faceva gridare il tuo nome, eppure fai finta che non è così, fai finta che non te ne importi un cazzo, ma io so la verità, so che ti importa, ti importa eccome e non puoi fingere con me, puoi fingere con il resto del mondo ma con me non puoi.
La voce di Lila che mi sputava addosso quelle parole volgari, che me le gridava a muso duro, con la sua voce roca mi sembrava così reale da credere stesse accadendo sul serio.
La guardai ancora, con le lacrime agli occhi, ma per poco, perché c'era così tanta tensione nel modo in cui lei guardava me, che mi faceva mancare il respiro nel petto.
Aspettai ancora, fino ad accertarmi che la voce di Lila fosse soltanto nella mia testa. Ora che si era accorta che io avevo puntato gli occhi alla punta delle mie scarpe, lei aveva di nuovo poggiato gli occhi sulla strada fuori dalla finestra.
Quando feci dietrofront e la salutai timidamente e senza convinzione, lei non mi trattenne, mi guardò girare i tacchi ed uscire dalla cucina.
Poco dopo scesi in strada quasi correndo, avevo il fiato corto e di nuovo la sensazione di dover vomitare. Mi accorsi che aveva iniziato a piovere, non mi riparai in alcun modo, lasciai che la pioggia mi bagnasse i capelli, i vestiti, il viso. Così che si mischiasse alle mie lacrime.
